Street Food che bontà

Un tempo era il cibo più popolare e funzionale: i lavoratori usavano mangiare per strada, in posti improvvisati che esponevano il loro cibo su banchi arrangiati alla meglio oppure in vetrine al di fuori di trattorie o ristoranti.

Quasi sempre la caratteristica di questo cibo era la semplicità, la genuinità e la bontà: cibi nutrienti, facili da mangiare per strada e molto spesso realizzati con prodotti non “nobili”. Pensate al tipico “Pane cà Meusa”, tipico della tradizione palermitana.

Il generale senso di benessere originato dallo sviluppo economico degli anni ’60 ha gradualmente cancellato questa abitudine italiana e anche screditato questi cibi, diventati improvvisamente segno di una povertà che si voleva assolutamente dimenticare.

Ma come accade molto spesso il cibo di strada sta ricevendo una rivalutazione sempre maggiore anche dai grandi chef. Proprio ieri Davide Oldani dichiarava che la piadina romagnola è un punto di riferimento della cucina italiana, tale da meritare la tutela dell’ Unesco. Il nostro viaggio comincia proprio dalla piadina per correre lungo la penisola alla ricerca delle eccellenze da mangiare “in cartoccio”.

Piadina Romagnola

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Il pane povero per eccellenza. Nasce da una chiara esigenza di riempire lo stomaco unendo i rimasugli delle farine o del pane dei giorni passati. Infatti la piadina si basa su semplici ingredienti: farina, acqua, sale, strutto di maiale oppure olio per cucinare. Ci sono poi tutta una serie di variazioni locali e anche familiari, proprio perché ogni famiglia, ogni “azdora”, inseriva gli ingredienti che parevano migliorare il gusto.

La piadina è un pane sottile e rotondo che si mangia praticamente con tutto: salumi, formaggi morbidi, creme dolci. Si mangia calda, avvolta in tovaglioli di carta oleata, passeggiando sulla battigia oppure comodamente seduti su una sdraio, guardando l’orizzonte marino.

Lampredotto

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Nella cucina povera non si buttava via nulla, nemmeno le interiora, ed ecco che in Toscana, le interiora di scarto dei bovini, o meglio quello che viene definito il quinto quarto, sono diventate le protagonista di uno dei piatti più rinomati: il panino con il Lampredotto, l’evoluzione più popolare della trippa alla fiorentina.

I lampredottai fiorentini sono un’istituzione e ognuno ha la propria ricetta per la preparazione del lampredotto che viene cotto in un brodo fatto da pomodori, sedano, cipolla e carota. Una volta cotto, il pane viene tagliato a metà, bagnato nel brodo di cottura per poi accogliere una quantità abbondantissima di Lampredotto, condito con una salsa, anche questa dalla ricetta segreta. Il risultato è quello che vedete in foto. Se il vostro stomaco è un po’ delicate, state alla larga!

Pizza napoletana

Stupiti? E invece sappiate che la vera pizza napoletana nasce come cibo di strada. Chi non ricorda la mitica Sofia Loren che in una scena del film L’oro di Napoli vende le pizza in strada, consegnandole rigorosamente piegate in quattro per la delizia degli avventori. Gli ingredienti base sono sempre farina, acqua, un pizzico di sale, lievito di birra. Lunghe lievitazioni e ripetute alternate a energici rimpasti. La cottura è tassativamente con il forno a legno.

Arancini siciliani

arancino

Dentro questa delizia per gli occhi, dalla copertura dorata, c’è la storia dell’isola. Intanto è fatta a base di riso e poi contiene, come molti cibi siciliani, la versione di terra e la versione di mare. La prima a base di carne, mentre la seconda a base di molluschi, vongole normalmente. Riso e zafferano cominciarono a far parte della cultura culinaria italiana a seguito della dominazione musulmana.

L’evoluzione fu la panatura, nata nelle cucine di Federico II e anche la forma, tipicamente somigliante ad un’arancia, così come il colore dorato. Un must assoluto da gustare soprattutto nelle rosticcerie e friggitorie della parte orientale dell’isola.

Buon appetito!


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