Wes Anderson veste il Bar Luce di Prada a Milano

L’ultima fermata del Darjeeling Limited è in via Orobia, a Milano.

Qui, ogni giorno dalle 09.00 alle 22.00, cittadini e viaggiatori affollano la sala del Bar Luce, il nuovo capolavoro firmato Wes Anderson.

Firmato, non filmato: l’ultima trovata del regista statunitense non è un lungometraggio, ma un bar nell’area sud di Milano pensato come il “posto perfetto dove scrivere una sceneggiatura”. Così si è espresso il regista.

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A mio avviso, è il posto perfetto dove imparare il greco antico, fare una coperta a maglia, finire una partita di Risiko, risolvere l’enigma dell’uovo e della gallina, aspettare che arrivi Godot. Fare, insomma, tutto ciò che richiede tempo, per venire contaminati dall’immaginario andersiano il più a lungo possibile.

È facile immaginarsi Wes – lasciatemi l’illusione di essere sua amica – davanti all’ex distilleria che sarebbe diventata poi la Fondazione Prada. Elegante e pensieroso, si sarà interrogato su quali colori scegliere: meglio il rosa pastello o il verde acqua?

Per nostra fortuna ha deciso che melius abundare quam deficere: il Bar Luce sembra essere uscito da una rivista di interni degli anni ’50 e ’60, con l’imbottitura rosa e azzurra delle sedie, i pavimenti in marmo e le pareti in legno scuro.

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Se non fosse per i colori pastello e la clientela di giovani in bretelle e risvoltini, il Bar Luce potrebbe essere uno di quei bar popolati da vecchietti armati di bianchino e briscole.
Ma, purtroppo, dubito che ottuagenari giocatori di bocce lascino i loro baretti di quartiere per andare fino alla Fondazione Prada. È qui, infatti, che si trova il Bar Luce.

Progettata da Rem Koolhaas, Chris van Dujin e Federico Pompignoli, la Fondazione Prada è il nuovo spazio espositivo milanese concepito come luogo dove permettere ai diversi stili culturali di interfacciarsi e di tracciare l’essenza dell’arte contemporanea.

Bar Luce, la sintesi dello stile di Wes Anderson

Entrare nel Bar Luce è come venire catapultati nel Grand Budapest Hotel, seppure, certo, con qualche differenza.

  • Dietro il bancone, non c’é un indianino con giacca e papillon viola, ma una sfilza di camerieri in camicia bianca, ricamata sul taschino con la scritta rosa “bar luce”
  • Il bancone è azzurro e i riquadri in vetro lasciano intravedere non i dolci di Mendel’s, ma torte spumose decorate con uno spesso strato di glassa, va da sé, rosa.
  • Nessuna arcata con lampadari e scalinate tappezzate di velluto rosso, ma soffitti pensati per ricordare la cupola vetrata della Galleria Vittorio Emanuele.

Su questo palcoscenico, come comparsa, c’è Steve Zissou, che fa capolino nei due flipper vicino all’immancabile juke box. Sopra i due flipper c’è un orologio spostato sulla sinistra: un dettaglio che sarebbe stato inammissibile in una qualsiasi scena di un qualsiasi film di Wes. Ai commenti sulla mancata simmetria, il regista americano ha risposto che “il Bar Luce non dev’essere visto, ma vissuto”. Andate, allora, a viverlo.

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Vi suggerisco, infine, di fare anche un salto al bagno: aprendo la porta, è possibile che troviate Margot Tenenbaum appoggiata ai lavandini a fumare.
Sito ufficiale www.fondazioneprada.org/barluce

La simmetria nei film di Wes Anderson:

Wes Anderson // Centered from kogonada on Vimeo.


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